Durante le negoziazioni che hanno portato all’adozione del Next Generation EU sono emerse le posizioni di quelli che nel dibattito pubblico sono stati definiti “i paesi frugali”. Si tratta di un gruppo composto da quattro Stati, precisamente Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ai quali lo scorso anno si è aggiunta la Finlandia, noti per le loro idee piuttosto restrittive in tema di politiche fiscali, per la difesa dei cosiddetti rebates (ossia i meccanismi di correzione dei contributi al bilancio dell’UE a favore di determinati paesi istituiti dal Consiglio di Fontainebleau del 1984) e per l’opposizione agli schemi di redistribuzione e di debito comune europei.
Infatti, i paesi frugali, che sono spesso indicati come eredi della Nuova Lega Anseatica (una formazione nata dopo la Brexit tra alcuni Stati membri sulla base di determinati obiettivi e valori condivisi) scontano una pessima fama, soprattutto in Italia. Questi, anche in seguito alle aspre contrapposizioni nei negoziati europei di luglio, sono stati additati quali elementi di frizione per il processo di integrazione europea. In realtà, partendo da una prospettiva più obiettiva, le cose non stanno esattamente così. Al contrario, i frugali possono potenzialmente ricoprire un prezioso ruolo guida per il motore europeo, in particolare quali strenui difensori di una sana gestione finanziaria e dei principi democratici.
Anzitutto, a dispetto dell’appellativo e come testimonia un sondaggio condotto da Susi Dennison e Pawel Zerka per lo European Council of Foreign Relations del novembre 2020, le preoccupazioni dei cittadini dei paesi frugali sono collegati anzitutto alla gestione dei fondi: solo il 20% degli intervistati in Austria è preoccupata dall’ammontare del bilancio dell’UE, mentre il 48% lo è per i rischi di sprechi e corruzione; in Olanda, tale rapporto è di 24% a 38%; anche i numeri degli altri paesi frugali sono molto simili a quelli rilevati dai sondaggi in Germania, Francia e Polonia. In generale, i cittadini di questi paesi temono che l’influenza dei loro governi sulle decisioni dell’UE stia diminuendo e così anche la capacità di contrastare i malfunzionamenti che si verificheranno nell’attuazione del bilancio pluriennale.
Non solo, anche la popolarità dell’Unione europea ha subito una evidente flessione all’interno di questi Stati membri, che si è acuita come conseguenza degli scarsi risultatati raggiunti in merito alla questione dello Stato di diritto. Si deve ricordare, infatti, che è stato proprio il Premier olandese Rutte ad assumere la posizione più intransigente (supportata poi anche dagli altri paesi frugali) nei confronti dei veti di Polonia e Ungheria, che erano intenzionate a bloccare il collegamento tra meccanismi di condizionalità dello Stato di diritto e bilancio pluriennale europeo.
In ogni caso, è evidente che lo stesso Next Generation EU costituisca una importante opportunità per i paesi frugali al fine di recuperare un ruolo propositivo e, allo stesso tempo, capace di influenzare l’UE dall’interno. A questo proposito, come sottolinea lo stesso rapporto dello ECFR, essi dovrebbero evitare di “cadere nella trappola britannica di incolpare Bruxelles” e “riformulare sé stessi”. È altrettanto chiaro che questa eventualità dipenderà, da un lato, dalle scelte dei leader dei paesi frugali e, dall’altro, dalla capacità di inclusione dell’Unione Europea e dai progressi della stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, è quindi necessario che l’azione dei governi dei paesi frugali si concretizzi in una partecipazione attiva all’integrazione europea piuttosto che in sterili proteste, che spesso assumono la forma di retorica elettorale. Fino ad ora, però, i segnali non sono stati troppo incoraggianti: i paesi frugali non hanno avuto alcun ruolo particolare nella definizione del meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto (che è un’iniziativa del Parlamento Europeo); essi non si sono resi protagonisti nel supportare le procedure pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria e non si sono mai rivolti alla Corte di Giustizia dell’UE; infine, a proposito di lotta alla corruzione, hanno dimostrato uno scarso interesse nei confronti dello strumento della Procura Europea (Svezia e Danimarca non sono nemmeno parti dell’istituzione nata nel 2017).
Per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla Gran Bretagna e quello derivante dalla scomparsa di un vero contrappeso “nordico” alla nuova versione dell’asse franco-tedesco, i paesi frugali dovrebbero quindi ritrovare una posizione più partecipativa e, a differenza però di quella britannica, più comunitaria. Questo discorso vale soprattutto per l’Olanda, storico paese fondatore e partecipante a pieno titolo a tutti i pilastri dell’integrazione, ma allo stesso tempo da sempre intrappolato in una perenne indecisione verso l’UE.
Come si accennava, un auspicato risvolto positivo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di creare un ambiente credibile e coeso, anzitutto scongiurando i rischi di uno scontro tra paesi meridionali e paesi nordici sulle questioni legate alla gestione delle risorse. In particolare, come ha scritto Mark Leonard, Berlino e Parigi hanno una responsabilità particolare in questo senso. La scarsa sensibilità del format franco-tedesco, si pensi all’insistenza sui cosiddetti “momenti hamiltoniani” e al controverso compromesso raggiunto dalla Merkel sullo Stato di diritto, ha contribuito ad alimentare quella percezione di impotenza e di assenza di controllo sugli affari europei ora molto presente nei paesi frugali. È quindi necessario un maggiore coinvolgimento, che si potrebbe realizzare anche nell’ambito del NGEU con collaborazioni ambiziose in settori molto cari ai frugali come ambiente e digitale (in realtà, un altro esempio è dato dalla stretta partnership che già lega Olanda e Germania nel settore della difesa).
Sarebbe opportuno, in definitiva, uno sforzo condiviso e mutuamente vantaggioso: il supporto dei paesi frugali è fondamentale per rafforzare un’integrazione coerente con i principi e valori cardine dell’UE, che sono alle volte meno popolari in altri Stati membri, e quindi per svolgere un vero e proprio ruolo di contrappeso all’interno del blocco. Ciò però è anche legato alla capacità dell’Unione e dei suoi maggiori decisori di permettere che i cittadini dei paesi frugali tornino (o inizino) a sentirsi protagonisti capaci di influenzare in modo tangibile le politiche dell’UE in un momento storico così decisivo.