Quella lettera che abbiamo dimenticato.

Quella lettera che abbiamo dimenticatoLa settimana scorsa abbiamo pubblicato uno sfogo diretto verso i tantissimi politici, opinionisti e comuni cittadini indignati per il trattamento che la Germania e gli altri paesi del Nord Europa starebbero riservando all’Italia in questo momento di crisi, mancando di fornirle la solidarietà che – secondo i suddetti – sarebbe dovuta. Un episodio, ormai caduto nel dimenticatoio, è utile per capire come la responsabilità della situazione attuale sia da ricercare soprattutto nell’incapacità dell’Italia di sfruttare le occasioni che le vengono offerte e agire con lungimiranza: stiamo parlando della lettera della BCE dell’agosto 2011.
Nel pieno della crisi del debito sovrano e della tempesta finanziaria abbattutasi sui cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), il governatore della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ed il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (il quale non smetterà mai, durante tutto il suo successivo mandato a capo della BCE, di ricordare che al whatever it takes devono necessariamente accompagnarsi le riforme) firmano una lettera destinata al nostro governo per invitarlo ad adottare tempestivamente le misure necessarie a riformare il “sistema paese”, ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e a placare la crisi di credibilità che rendeva impervio per l’Italia finanziarsi sui mercati.
Nella prima sezione della lettera, si indicano gli interventi necessari per accrescere il potenziale di crescita del nostro paese: l’aumento della concorrenza e della qualità dei servizi pubblici (da realizzare in particolare mediante radicali azioni di liberalizzazione e privatizzazioni su larga scala), il ridisegno dei sistemi regolativi e fiscali (così da sostenere la competitività delle imprese) e la riforma del mercato del lavoro (ossia rivedere il sistema di contrattazione salariale collettiva per permettere accordi a livello di impresa e le norme che regolano assunzioni e licenziamenti). Nella seconda parte, l’attenzione è rivolta ai conti pubblici e le indicazioni principali riguardano il taglio della spesa pubblica e la riforma del sistema pensionistico. Infine, la lettera si conclude con un invito a garantire una revisione della pubblica amministrazione, così da migliorarne l’efficienza e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.
Di tutto questo, poco o nulla è stato fatto (se non grazie alla Riforma Fornero e al Jobs Act), e quel poco è stato oggetto di contro-riforme da parte del Governo Conte-Salvini-DiMaio, responsabile dei deleteri Decreto Dignità e Quota 100. In un articolo pubblicato sul Foglio del 3 agosto 2019, Stefano Cingolani richiama il titolo di una celebre opera di Luigi Einaudi, “Prediche inutili”, e conclude: «Otto anni dopo [ora diventati quasi nove], le raccomandazioni della Banca Centrale Europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?». La nuova crisi è arrivata e con lei il fondato timore che l’inevitabile incremento del debito pubblico possa rendere nuovamente l’Italia poco credibile agli occhi di chi deve prestarle denaro, e noi ci siamo fatti trovare impreparati. Ma, ovviamente, “è tutta colpa dell’Europa e della Germania”.