Il liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.
Prima di tutto, alcuni dati per smentire luoghi comuni molto diffusi. Un articolo del 23 agosto su Leoni Blog ha messo in fila una serie di numeri che mostrano chiaramente l’inconsistenza dell’affermazione secondo cui sull’altare del profitto sarebbero stati sacrificati i diritti e la tutela dei consumatori: è infatti falso che le autostrade in Italia siano le più care d’Europa (il pedaggio medio per chilometro percorso è inferiore a quello di Francia, Spagna e Portogallo) ed è altrettanto errato sostenere che il concessionario Autostrade per l’Italia non investa in sicurezza (nel 2016 ha addirittura speso il 2,3% in più di quanto inizialmente previsto dal Piano economico e finanziario).
Ma veniamo alla domanda più importante: quanto liberismo c’è nella vicenda delle autostrade? Ebbene, la risposta parrà ad alcuni sorprendente, ma è inequivocabile: poco. La società Autostrade S.p.a. fu privatizzata nel 1999 con trattativa privata e ad aggiudicarsi la quota più rilevante del capitale fu una società riconducibile ai Benetton, famiglia da sempre ben inserita nelle stanze del potere politico e molto generosa nelle elargizioni a tutti i partiti; la concessione per la gestione non è mai stata messa a gara pubblica, scade nel 2042 e buona parte dei suoi termini sono secretati. Di liberismo, di concorrenza, di libero mercato in tutto questo contesto ce n’è ben poco. Piuttosto, pare il classico schema all’italiana: la privatizzazione senza liberalizzazione così da poter garantire la prosecuzione, sotto le mentite spoglie dell’intervento privato, dello pseudo-capitalismo monopolistico di Stato.
Certo, c’è di peggio. Il problema è che questo “peggio” è esattamente ciò che ha in mente il Governo giallo-verde: la nazionalizzazione, portando totalmente il controllo delle autostrade nelle mani del nostro elefantiaco, burocratico ed inefficiente Stato; lo stesso Stato che in questi anni non ha avuto nemmeno le capacità di vigilare, come avrebbe dovuto fare attraverso la Direzione generale per la vigilanza delle concessioni autostradali dipendente dal Ministero dei Trasporti. Dichiara Lorenzo Saltari, professore di Diritto pubblico all’Università di Palermo e coautore del libro “Il regime giuridico della autostrade”, a Il Foglio del 25 e 26 agosto: «Il segmento maggiore della rete autostradale una gestione diretta statale non l’ha mai avuta, sarebbe una novità. Inoltre abbiamo un benchmark tra il modello di gestione – manutenzione – costruzione concessorio e quello in gestione diretta che è la Salerno – Reggio Calabria, appunto gestita dall’Anas». Insomma, se il Governo Conte proseguisse sulla strada annunciata, il futuro sarebbe il modello della Salerno – Reggio Calabria esportato in tutta Italia: il classico livellamento degli standard verso il basso che si vorrebbe perseguire anche quando ci si scaglia contro il sistema sanitario misto lombardo o le scuole paritarie. Ma l’esempio della eternamente in costruzione autostrada del Sud Italia non è un caso isolato, ma il sintomo più evidente della malattia rappresentata dalla mala gestio pubblica, che di certo non ci ha risparmiato eventi tragici: basti pensare ai crolli del viadotto lungo la Palermo – Catania nel 2015, del cavalcavia di Annone Brianza (Lecco) nel 2016 e di quello di Fossano (Cuneo) nel 2017.
La risposta alle inefficienze è, come sempre, una sola: più concorrenza, più libero mercato!