Estate, tempo di mare e di vacanze, ma anche tempo di manovre correttive e di prime ipotesi riguardo a cosa accadrà quando, negli ultimi mesi dell’anno, il governo gialloverde si troverà a dover mettere nero su bianco la Legge di Bilancio per il 2020. È quindi il caso di fare un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” e di fare qualche congettura sul futuro, uscendo dall’eco chamber in cui pare rinchiuso il dibattito pubblico, monopolizzato dalla discussione sull’immigrazione e sui porti pseudo-chiusi.
La manovra correttiva
Dopo una lunga agonia caratterizzata da annunci dal balcone, tensione sui mercati e trattative con i partner europei, nella Legge di Bilancio varata a fine 2018 il governo Conte inserì un numerino: il 2,04% come obiettivo per il rapporto Deficit/PIL nell’anno 2019. Ma, a causa del deterioramento delle condizioni economiche (con la crescita del Prodotto Interno Lordo italiano ferma ben al di sotto del livello preventivato dall’esecutivo), il rispetto di tale target è stato messo fortemente in pericolo e dunque la maggioranza gialloverde è stata costretta ad intervenire con una manovra correttiva, approfittando della distrazione dell’opinione pubblica (impegnata ad accapigliarsi sul caso Sea Watch e successivamente sugli scandali dei fondi russi e di Bibbiano) e rimangiandosi tutte le promesse demagogiche fatte in precedenza (non è passato molto tempo dalla puntata di Otto e Mezzo del 5 giugno in cui, alla domanda di Lilli Gruber: «Farete una manovra correttiva?», il Ministro Salvini rispondeva: «Ma figurati!»).
Vediamo, quindi, cosa prevede questa manovra. L’ammontare complessivo di risorse recuperate tramite tale intervento è di circa 7,6 miliardi di euro (l’equivalente di quello 0,4% di PIL necessario per riportare il deficit dal 2,4% a quel 2% concordato l’anno scorso con l’Europa) e si ripartisce così:
- Lato entrate: circa 6,2 miliardi sui 7,6 totali della manovra derivano da maggiori entrate, in particolare si tratta di 3,5 miliardi di extra-gettito fiscale e contributivo derivante principalmente dall’implementazione della fatturazione elettronica e dalla chiusura di contenziosi fiscali con imprese private come Gucci (quindi si tratta, in parole semplici, di risorse sottratte all’evasione), più 2,7 miliardi di maggiori entrate non fiscali, ossia maggiori utili e dividenti arrivati al Ministero dell’Economia e delle Finanze da Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti (che negli stessi giorni ha emesso un maxi bond da 1,5 miliardi, il che significa che ha peggiorato significativamente la sua posizione finanziaria netta e che quei soldi inclusi in manovra sono, di fatto, sempre soldi dei cittadini investitori);
- Lato uscite: 1,5 miliardi di minori spese per le due misure bandiera del governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.
Abbiamo così risolto tutti i nostri problemi di bilancio? Assolutamente no. I motivi sono due: (1) la maggior parte della manovra è di natura non strutturale, e quindi si tratta di risorse su cui l’anno prossimo molto probabilmente non potremo contare; (2) le prospettive di bilancio per il 2020 restano pessime, dato che – come vedremo tra poco – il governo sarà costretto a trovare ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte a tutte le sue promesse (non a caso, il commento migliore è quello di Mario Seminerio che ha intitolato il suo articolo sulla manovra “Rinviata è la tempesta, odo grulli far festa”).
P.S. il fatto che l’extra-gettito derivante da una minor evasione (ossia i 3,5 miliardi dalla fatturazione elettronica e dalla chiusura dei contenziosi tributari) sia andato a coprire buchi di bilancio anziché a finanziare una riduzione della pressione fiscale è l’ennesima riprova che, in Italia, la favoletta del “pagare tutti, pagare meno” è una menzogna bella e buona.
Quali prospettive per il 2020?
Veniamo ora alle questioni veramente dolenti: come si muoverà il governo nel momento in cui dovrà scrivere la Legge di Bilancio per il prossimo anno? Gianluca Codagnone, nella canonica “Chiacchierata del mercoledì” con Michele Boldrin, Thomas Manfredi e Costantino De Blasi (il cui video trovate qui), ha cercato di riassumere quale potrebbe essere la situazione. Basandosi sull’ipotesi che il target di bilancio per il 2020 consisterà principalmente in un rapporto Deficit/Pil dell’1,5% (poiché questo è ciò che ragionevolmente si aspettano le istituzioni europee), si prevede che il governo intenda spendere circa 57,3 miliardi di euro così ripartiti:
- Cancellazione dell’aumento dell’IVA (23,3 miliardi);
- Spese annuali da rifinanziare (4 miliardi);
- Saldo extra-budget con l’Unione Europea (6 miliardi);
- “Copertura” del probabile calo delle entrate fiscali dovuto ad una crescita nominale inferiore a quanto preventivato nella precedente Legge di Bilancio (8 miliardi);
- Taglio delle tasse promesso da Salvini (che non chiamiamo e non chiameremo flat tax, poiché NON È una flat tax, e che dovrebbe costare circa 16 miliardi).
Le possibili coperture di cui si è sentito parlare in questi mesi, invece, riguardano:
- Spending review (4 miliardi);
- Minori spese per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza (5 miliardi);
- Taglio di deduzioni e detrazioni (3 miliardi);
- Cancellazione del Bonus 80 euro di Renzi (10 miliardi).
Da questa veloce panoramica possiamo subito vedere due grossi problemi: (1) non ci sarà alcuna vera riduzione delle tasse, dato che il taglio promesso da Salvini verrebbe coperto quasi interamente da incrementi di altre tasse sotto forma di cancellazione di alcune deduzioni e detrazioni e del bonus fiscale di Renzi; (2) sic stantibus rebus a fronte di oltre 55 miliardi di maggiori spese o di minori entrate, le coperture ammontano solo a 22 miliardi, il che significa che o il Deficit/PIL esploderà al 3,5% (ben due punti percentuali oltre il target, con le ovvie disastrose ripercussioni sia in termini di turbolenza sui mercati finanziari sia di rapporti con i partner europei) o il governo sarà costretto a lasciar aumentare – almeno in parte – l’IVA per coprire tale differenza.
La conclusione è ovvia: aspettiamoci un altro autunno caldo sull’orlo del precipizio, col timore che l’ala dei “Lirettanti allo sbaraglio” della maggioranza (leggi Borghi e Bagnai) cerchi a tutti i costi l’incidente utile per giustificare l’uscita dall’Euro.
Una mozione parlamentare approvata alla Camera la settimana scorsa ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale il tema – in realtà già molto discusso nell’agorà di Twitter – dei MiniBot.
La notizia che ha tenuto banco la scorsa settimana, oltre all’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2019, riguarda il dato sulla produzione industriale: secondo il comunicato Istat diffuso il 10 aprile, si stima che a febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato dello 0,8% rispetto al mese precedente; tale crescita si aggiunge a quella di gennaio, quando si era registrato un +1,7% rispetto a dicembre 2018.
Ieri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza per il 2019 (di cui avevamo parlato in
Un servizio andato in onda venerdì sera nella trasmissione Povera Patria di Rai2 ha scatenato un vero e proprio polverone negli ambienti (molto social) dei commentatori economici italiani. Il filmato (che trovate
È vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
Preoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
L’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.
Il liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.