Conti pubblici: quali prospettive per il 2020?

Conti pubblici - prspettive 2020Estate, tempo di mare e di vacanze, ma anche tempo di manovre correttive e di prime ipotesi riguardo a cosa accadrà quando, negli ultimi mesi dell’anno, il governo gialloverde si troverà a dover mettere nero su bianco la Legge di Bilancio per il 2020. È quindi il caso di fare un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” e di fare qualche congettura sul futuro, uscendo dall’eco chamber in cui pare rinchiuso il dibattito pubblico, monopolizzato dalla discussione sull’immigrazione e sui porti pseudo-chiusi.

La manovra correttiva
Dopo una lunga agonia caratterizzata da annunci dal balcone, tensione sui mercati e trattative con i partner europei, nella Legge di Bilancio varata a fine 2018 il governo Conte inserì un numerino: il 2,04% come obiettivo per il rapporto Deficit/PIL nell’anno 2019. Ma, a causa del deterioramento delle condizioni economiche (con la crescita del Prodotto Interno Lordo italiano ferma ben al di sotto del livello preventivato dall’esecutivo), il rispetto di tale target è stato messo fortemente in pericolo e dunque la maggioranza gialloverde è stata costretta ad intervenire con una manovra correttiva, approfittando della distrazione dell’opinione pubblica (impegnata ad accapigliarsi sul caso Sea Watch e successivamente sugli scandali dei fondi russi e di Bibbiano) e rimangiandosi tutte le promesse demagogiche fatte in precedenza (non è passato molto tempo dalla puntata di Otto e Mezzo del 5 giugno in cui, alla domanda di Lilli Gruber: «Farete una manovra correttiva?», il Ministro Salvini rispondeva: «Ma figurati!»).
Vediamo, quindi, cosa prevede questa manovra. L’ammontare complessivo di risorse recuperate tramite tale intervento è di circa 7,6 miliardi di euro (l’equivalente di quello 0,4% di PIL necessario per riportare il deficit dal 2,4% a quel 2% concordato l’anno scorso con l’Europa) e si ripartisce così:

  • Lato entrate: circa 6,2 miliardi sui 7,6 totali della manovra derivano da maggiori entrate, in particolare si tratta di 3,5 miliardi di extra-gettito fiscale e contributivo derivante principalmente dall’implementazione della fatturazione elettronica e dalla chiusura di contenziosi fiscali con imprese private come Gucci (quindi si tratta, in parole semplici, di risorse sottratte all’evasione), più 2,7 miliardi di maggiori entrate non fiscali, ossia maggiori utili e dividenti arrivati al Ministero dell’Economia e delle Finanze da Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti (che negli stessi giorni ha emesso un maxi bond da 1,5 miliardi, il che significa che ha peggiorato significativamente la sua posizione finanziaria netta e che quei soldi inclusi in manovra sono, di fatto, sempre soldi dei cittadini investitori);
  • Lato uscite: 1,5 miliardi di minori spese per le due misure bandiera del governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

Abbiamo così risolto tutti i nostri problemi di bilancio? Assolutamente no. I motivi sono due: (1) la maggior parte della manovra è di natura non strutturale, e quindi si tratta di risorse su cui l’anno prossimo molto probabilmente non potremo contare; (2) le prospettive di bilancio per il 2020 restano pessime, dato che – come vedremo tra poco – il governo sarà costretto a trovare ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte a tutte le sue promesse (non a caso, il commento migliore è quello di Mario Seminerio che ha intitolato il suo articolo sulla manovra “Rinviata è la tempesta, odo grulli far festa”).
P.S. il fatto che l’extra-gettito derivante da una minor evasione (ossia i 3,5 miliardi dalla fatturazione elettronica e dalla chiusura dei contenziosi tributari) sia andato a coprire buchi di bilancio anziché a finanziare una riduzione della pressione fiscale è l’ennesima riprova che, in Italia, la favoletta del “pagare tutti, pagare meno” è una menzogna bella e buona.

Quali prospettive per il 2020?
Veniamo ora alle questioni veramente dolenti: come si muoverà il governo nel momento in cui dovrà scrivere la Legge di Bilancio per il prossimo anno? Gianluca Codagnone, nella canonica “Chiacchierata del mercoledì” con Michele Boldrin, Thomas Manfredi e Costantino De Blasi (il cui video trovate qui), ha cercato di riassumere quale potrebbe essere la situazione. Basandosi sull’ipotesi che il target di bilancio per il 2020 consisterà principalmente in un rapporto Deficit/Pil dell’1,5% (poiché questo è ciò che ragionevolmente si aspettano le istituzioni europee), si prevede che il governo intenda spendere circa 57,3 miliardi di euro così ripartiti:

  1. Cancellazione dell’aumento dell’IVA (23,3 miliardi);
  2. Spese annuali da rifinanziare (4 miliardi);
  3. Saldo extra-budget con l’Unione Europea (6 miliardi);
  4. “Copertura” del probabile calo delle entrate fiscali dovuto ad una crescita nominale inferiore a quanto preventivato nella precedente Legge di Bilancio (8 miliardi);
  5. Taglio delle tasse promesso da Salvini (che non chiamiamo e non chiameremo flat tax, poiché NON È una flat tax, e che dovrebbe costare circa 16 miliardi).

Le possibili coperture di cui si è sentito parlare in questi mesi, invece, riguardano:

  1. Spending review (4 miliardi);
  2. Minori spese per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza (5 miliardi);
  3. Taglio di deduzioni e detrazioni (3 miliardi);
  4. Cancellazione del Bonus 80 euro di Renzi (10 miliardi).

Da questa veloce panoramica possiamo subito vedere due grossi problemi: (1) non ci sarà alcuna vera riduzione delle tasse, dato che il taglio promesso da Salvini verrebbe coperto quasi interamente da incrementi di altre tasse sotto forma di cancellazione di alcune deduzioni e detrazioni e del bonus fiscale di Renzi; (2) sic stantibus rebus a fronte di oltre 55 miliardi di maggiori spese o di minori entrate, le coperture ammontano solo a 22 miliardi, il che significa che o il Deficit/PIL esploderà al 3,5% (ben due punti percentuali oltre il target, con le ovvie disastrose ripercussioni sia in termini di turbolenza sui mercati finanziari sia di rapporti con i partner europei) o il governo sarà costretto a lasciar aumentare – almeno in parte – l’IVA per coprire tale differenza.
La conclusione è ovvia: aspettiamoci un altro autunno caldo sull’orlo del precipizio, col timore che l’ala dei “Lirettanti allo sbaraglio” della maggioranza (leggi Borghi e Bagnai) cerchi a tutti i costi l’incidente utile per giustificare l’uscita dall’Euro.

I MiniBot sono una “cagata pazzesca”.

I MiniBot sono una cagata pazzescaUna mozione parlamentare approvata alla Camera la settimana scorsa ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale il tema – in realtà già molto discusso nell’agorà di Twitter – dei MiniBot.
Lo strumento è stato proposto per la prima volta dal Presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – quello che crede che la Spagna sia uno dei paesi fondatori dell’Europa, per capire il livello del personaggio – e sarebbe apparentemente finalizzato a risolvere il problema dei debiti arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese. Come funzionerebbero? Semplice: poniamo che il Signor Mario abbia un credito verso lo Stato di 10 milioni; lo Stato lo ripaga emettendo MiniBot, ossia titoli di stato di piccolo taglio (10, 20, 50, 100 euro); il Signor Mario, a questo punto, potrà utilizzare quei 10 milioni in MiniBot per pagare le tasse. Ma quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento?

I debiti verso le imprese
Iniziamo dalla prima domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad una proposta politica: è utile per risolvere il problema per la quale è stata pensata? La risposta, in questo caso, è netta: no. Di fatto, se tutti i MiniBot fossero immediatamente utilizzati per pagare le tasse, l’operazione si ridurrebbe semplicemente ad una temporanea riduzione del carico fiscale sulle imprese creditrici nei confronti dello Stato. Peccato che se lo Stato non ha i soldi per ripagare i suoi debiti, non li ha neppure per far fronte a tale calo delle entrate (stiamo parlando, a seconda delle stime, di un importo che varia tra i 60 e i 100 miliardi di euro). L’unica soluzione sarebbe, a quel punto, aumentare altre tasse o il debito pubblico, con effetti deleteri sull’intera economia ed anche su quelle imprese che “beneficiano” dello strumento MiniBot. Ovviamente, una strada alternativa potrebbe essere quella di ridurre la spesa pubblica per un importo equivalente, ma un anno di attività di questo governo ci suggerisce che l’intenzione sia esattamente opposta.

Monete parallele ed uscita dall’Euro
A questo punto, dobbiamo porci un’altra domanda: non è forse che il fine ultimo di tale strumento sia diverso da quello che viene raccontato? Il programma della Lega per le elezioni politiche del 2018 dice che «se emessi in sufficiente quantità [i MiniBot] potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote»; inoltre, in un video d’archivio ripostato su Twitter dal blogger Pietro Raffa, Claudio Borghi li definisce come «un espediente per uscire dall’euro in modo ordinato e tutelato». Come scrive il professor Tommaso Monacelli nel libro “Cosa succede se usciamo dall’Euro” (a cura di Carlo Stagnaro, IBL Libri), le finalità di questo strumento sono, quindi, principalmente due: da un lato, introdurre in Italia una moneta parallela all’Euro (infatti il Signor Mario, anziché utilizzare i suoi MiniBot per pagare le tasse, potrebbe impiegarli per pagare il suo fornitore, il Signor Carlo, il quale – in teoria – li accetterebbe in virtù della “garanzia” statale); dall’altro, monetizzare il deficit, ossia finanziare una riduzione della tasse stampando moneta. Il tutto sarebbe in palese violazione dei trattati europei e fungerebbe da preludio all’inevitabile uscita del nostro Paese dall’Euro.

Eccoci, dunque, nuovamente alla domanda iniziale: quali sono i problemi e i rischi legati all’introduzione di tale strumento? I MiniBot sono il classico escamotage del Governo gialloverde, che a parole dichiara di non voler assolutamente portare l’Italia fuori dall’eurozona, ma coi fatti va in tutt’altra direzione. Una direzione che punta verso il baratro, verso il ritorno alle politiche della Prima Repubblica fatte di svalutazioni competitive, inflazione galoppante e debito pubblico. In pratica, anziché risolvere i problemi che attanagliano il nostro Paese, torneremmo alle pratiche che li hanno originati, aggravando ulteriormente la già complicata situazione odierna. In molti non stanno comprendendo questo rischio: è necessario opporci con tutte le nostre forze!

La favola della produzione industriale.

La favola della produzione industrialeLa notizia che ha tenuto banco la scorsa settimana, oltre all’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2019, riguarda il dato sulla produzione industriale: secondo il comunicato Istat diffuso il 10 aprile, si stima che a febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato dello 0,8% rispetto al mese precedente; tale crescita si aggiunge a quella di gennaio, quando si era registrato un +1,7% rispetto a dicembre 2018.
Ma cosa significa tutto questo? È dovuto al fatto che «le politiche del governo cominciano a produrre effetti», come afferma il deputato del Movimento 5 Stelle Raphael Raduzzi? Ebbene, con grande sorpresa, la realtà è diversa da come viene descritta dagli apologeti del governo gialloverde. Il motivo – che è tecnico ma cercheremo, con un esempio, di spiegarlo in maniera semplice – lo ha spiegato sabato mattina Mario Seminerio a “I conti della belva” su Radio24.
Dovete sapere che non tutto ciò che viene prodotto è poi venduto, e non tutto ciò che viene venduto è poi consumato da chi lo ha comprato. Esistono, infatti, le scorte. Cosa è accaduto negli ultimi mesi del 2018? Si è verificata una forte contrazione della produzione industriale dovuta al decumulo di scorte a fini prudenziali. Ossia: siccome tirava una brutta aria, le imprese hanno preferito frenare la produzione e ridurre le proprie scorte, per evitare che rimanessero inutilizzate. Ora, dopo averle ridotte ad una quantità minima, le imprese hanno ricominciato a produrre per ricostituirle (quel che in inglese viene definito restocking): ciò spiega la crescita della produzione industriale.
Facciamo un esempio banale ma utile per capire meglio la cosa. Poniamo che il Signor Carlo ogni settimana vada a fare la spesa e compri una quantità di cibo ben superiore a quella che è in grado di consumare nell’arco di sette giorni. Ad un certo punto, si ritroverà con il frigorifero pieno e il rischio che una parte di ciò che ha comprato vada a male. Quindi dice: «Sai che c’è? Ora per un mese non vado più al supermercato e consumo tutto ciò che ho nel frigo»: la sua spesa si ridurrà al minimo indispensabile per comprare cose come il pane fresco (e ciò è quello che, tornando dalla spesa del Signor Carlo alla produzione industriale, Seminerio ha chiamato “riduzione per decumulo di scorte a fini prudenziali”). Terminato il mese ed esaurite le scorte di cibo presenti in frigorifero, Carlo tornerà al supermercato: la sua spesa, rispetto al mese precedente, ovviamente aumenterà. Ciò significa che la sua situazione è migliorata? Sta meglio? Ha aumentato la sua spesa perché il suo reddito è aumentato? No, ed è esattamente quel che sta succedendo con la produzione industriale: non è aumentata perché l’economia va meglio (tantomeno per le politiche del governo, la cui efficacia è smentita dal governo stesso nel DEF, come abbiamo scritto qui), ma come fisiologica conseguenza della riduzione delle scorte verificatasi a fine 2018.

Il governo sbatte contro la realtà.

Il governo sbatte contro la realtàIeri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza per il 2019 (di cui avevamo parlato in questo video, insieme a tutti gli altri documenti di finanza pubblica). Anche se per il momento non è ancora disponibile il testo definitivo (il che, ormai, è fatto abituale con questo governo), nel pomeriggio della giornata di ieri è circolata una bozza affidabile che ci permette di fare già qualche importante valutazione. Ciò che salta evidentemente all’occhio è che, come era inevitabile, l’esecutivo gialloverde si è alla fine dovuto scontrare con la dura realtà dei fatti, la quale poco ha a che fare con la propaganda e gli spot elettorali a cui abbiamo assistito da un anno a questa parte. Vediamo quindi di mettere brevemente in fila una serie di crudi numeri:

  • Crescita: ricordate le mirabolanti previsioni degli esponenti di spicco del governo? Se la risposta è no, ci pensiamo noi a rifrescarvi la memoria: ad ottobre 2018, Salvini pronosticava una crescita per il 2019 del 2,5%; più o meno negli stessi giorni, Di Maio e l’allora Ministro Paolo Savona si accontentavano – si fa per dire – di un più modesto 2%; Conte a gennaio parlava di un +1,5% e ci raccontava di come questo sarebbe stato un anno bellissimo; la Legge di Bilancio, infine, pronosticava una crescita dell’1%. Bene, ora che abbiamo fatto questo breve ripasso, volete sapere qual è la stima inserita nel DEF? Un misero +0,2%. E anche allungando lo sguardo, le cose non vanno poi tanto meglio: da qui al 2022, l’Italia non vedrà mai una crescita superiore all’1%. A ciò si aggiunga – fate bene attenzione – il fatto che buona parte delle istituzioni internazionali giudica queste ultime stime ancora troppo ottimistiche, prevedendo il rischio concreto di una recessione (ossia di una variazione del PIL con il meno davanti);
  • Spread: qui il rischio che il cervello di molti elettori grillo-leghisti vada in panne è elevatissimo. Guardate un po’ che cosa scrive il governo stesso: «I rendimenti a cui lo Stato si indebita sono un termometro della fiducia nel Paese e nelle sue finanze pubbliche» (pagina 10); «Negli anni successivi giocano invece un ruolo crescente nello spiegare la revisione al ribasso [delle prospettive di crescita] il più elevato livello dello spread sui titoli di Stato» (pagina 22). Ma come? Non era tutto frutto di un complotto interazionale ordito dalla finanza pluto-giudaico-massonica che nulla avrebbe a che fare con il reale stato di salute del Paese? Non era il nostro arditissimo Ministro Salvini a dichiarare che «lo spread ce lo mangiamo a colazione»?
  • Reddito di cittadinanza e quota 100: veniamo ora alle due misure simbolo dei partiti al governo. Anche in questo caso, è bene rinfrescarci la memoria sulla propaganda del governo: il Ministro Di Maio per mesi ha parlato di misure che avrebbero favorito la crescita grazie ad un fantomatico “elevatissimo moltiplicatore”. Che cos’è questo benedetto moltiplicatore? È, per dirla in termini tecnici, la variazione del PIL reale o di un’altra misura dell’output causata da un incremento di un’unità di una variabile fiscale. Ossia: se il moltiplicatore è alto (quindi superiore all’unità), 1€ in più di spesa pubblica dovrebbe generare un aumento del PIL superiore ad 1€. Guardiamo ora a cosa scrive il governo nel DEF: il reddito di cittadinanza accrescerebbe il PIL rispetto allo scenario base di uno 0,2% a fronte di un onere per le finanze pubbliche dello 0,4%, il che significa un moltiplicatore ben inferiore ad 1; le misure sul fronte pensionistico, invece, hanno un impatto stimato sulla crescita sia del 2019 di un fantasmagorico ZERO;
  • Occupazione: anche in quest’ultimo caso, la distanza tra le promesse delle «scimmie al volante» (per usare un’efficacie definizione di Alberto Forchielli) e la realtà è enorme. Che ne è stato del meccanismo del reddito di cittadinanza che avrebbe permesso l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro e della celeberrima staffetta generazionale che doveva consentire l’assunzione di tre giovani per ogni prepensionato con quota 100? Spariti nel nulla: la valutazione dell’impatto macroeconomico complessivo delle misure in materia di reddito di cittadinanza e pensioni stima una riduzione – sì, avete capito bene: una riduzione – dell’occupazione dovuta a tali provvedimenti dello 0,2% sia nel 2019 che nel 2020.

Pare evidente che nulla è come ci era stato raccontato dall’esecutivo. Ora resta da capire che cosa succederà: il governo riuscirà ad invertire la rotta, anche considerando i pessimi segnali che arrivano dai saldi di finanza pubblica (vedi deficit e debito, anch’essi in deciso peggioramento rispetto alle stime di solo qualche mese fa)? I segnali non sono certo positivi, dato che è già partita la corsa a chi la spara più grossa in vista delle elezioni europee (la flat tax con più aliquote ma senza coperture è l’apoteosi dell’improvvisazione) e nulla si dice su dove trovare i miliardi necessari per disinnescare il già programmato aumento dell’IVA.
C’è solo da sperare che almeno una parte degli elettori esca dal sonno profondo in cui è caduta da più di un anno e lanci un segnale deciso già alla tornata del 26 maggio. Perché, come scriveva Voltaire, «coloro che ti fanno credere ad assurdità possono farti commettere atrocità».

Tutta la verità sul signoraggio.

aaUn servizio andato in onda venerdì sera nella trasmissione Povera Patria di Rai2 ha scatenato un vero e proprio polverone negli ambienti (molto social) dei commentatori economici italiani. Il filmato (che trovate qui) è emblematico della situazione italiana, in cui l’alfabetizzazione economico-finanziaria latita mentre vengono elevati a guru personaggi che dimostrano di aver studiato poco e male. Dopotutto, il nuovo corso era già stato annunciato dal neo direttore di Rai2 Freccero, il quale in conferenza stampa aveva dichiarato che non esiste una sola verità bensì un caleidoscopio di verità, aprendo di fatto all’epoca delle fake news finanziate coi soldi del canone.
Il tema del servizio era il cosiddetto signoraggio. E ora vorremmo spiegare in maniera chiara dove e come quel servizio è totalmente errato.
Innanzitutto, cos’è il signoraggio? Il signoraggio, come dice la parola stessa, è il diritto del “signore” (oggi lo stato) di sfruttare il monopolio nella creazione di moneta per incassare risorse reali. Il problema, ignorato dal servizio Rai, è che la nozione e la forma del signoraggio è cambiata molto nel corso dei secoli.

Il signoraggio nell’età antica.
Un tempo il sistema monetario era interamente basato sui metalli preziosi: alle monete emesse corrispondeva un equivalente deposito in oro e in qualunque momento una persona poteva presentarsi presso la Banca Centrale e chiedere di scambiare le proprie banconote con il corrispondente quantitativo di oro. Il sistema funzionava anche in senso contrario. Facciamo un esempio.
Il signor Paolo, cittadino dell’Antica Roma, si presenta alla Zecca dell’Impero con una borsa piena di oro da essere trasformato in monete a corso legale (ossia accettate da tutti per il valore stampato sopra, senza la necessità di perdere tempo nel saggiare la qualità dell’oro o nel pesarlo). Il signor Paolo riceve 100 denari: quel numero 100 è il cosiddetto valore estrinseco, ossia quello convenzionalmente accettato da tutti i cittadini per gli scambi. In realtà, però, il quantitativo di oro presente in quelle monete è inferiore e vale 90 e questo è il valore intrinseco: se il signor Paolo fondesse i suoi 100 denari per farne un lingotto d’oro, esso ne varrebbe 90. Come è possibile? 5 sono stati utilizzati per pagare i costi relativi al conio (ossia, per esempio, lo stipendio dell’uomo che fonde l’oro e ne fa monete) mentre 5 rappresentano appunto il signoraggio, una vera e propria tassa che il “signore” si fa pagare in cambio del servizio.
Il valore del signoraggio in età antica, quindi, veniva banalmente calcolato prendendo il valore estrinseco e sottraendo quello intrinseco e i costi del conio: nel nostro esempio, 100 – 90 – 5 = 5.

Cara vecchia Rai.
Il problema principale del servizio targato Rai2 sta nell’aver applicato tale formula al signoraggio moderno. Il ragionamento è semplice: se per stampare 100 euro il costo del conio è 1 (mentre il valore intrinseco è pressoché nullo, dato che le banconote sono fatte di carta e le monete di nichel), il signoraggio sarà evidentemente di 99. Peccato che sia del tutto errato.

Il signoraggio moderno.
Il sistema monetario oggi non si basa più sui metalli preziosi: se vi presentate presso la Banca d’Italia con 100 euro, non otterrete oro per lo stesso valore.
Un’altra cosa da ricordare è che la moneta è, per la Banca Centrale che la emette, una passività: ma se a fronte di tale passività un tempo c’era l’oro all’attivo, oggi cosa c’è? La risposta è “titoli”: quando la Banca Centrale stampa denaro, lo immette nel sistema andando sul mercato a comprare (attraverso le cosiddette operazioni di mercato aperto) titoli finanziari, tipicamente titoli di stato, per un importo di pari valore. Ma, mentre la moneta non genera interessi, i titoli acquistati sì: è tale tasso di interesse a rappresentare il signoraggio moderno. Se, per esempio, la Banca Centrale emette 100 euro acquistando titoli di stato che rendono il 3%, il signoraggio sarà 3 meno il costo del conio (che la Rai ipotizza di 1 €). Quindi non 99, ma 2.

Le altre fake news.
Il servizio di Povera Patria (mai titolo fu più azzeccato), però, non si limita a tale grave imprecisione anacronistica, ma dà spazio ad altre teorie molto in voga tra i complottisti (affianco a scie chimiche, terra piatta e vaccini pericolosi). Due in particolare meritano attenzione.
Primo: la Banca d’Italia non è privata. Nonostante il suo capitale sia posseduto da banche private, tale assetto proprietario è puramente formale. Per scoprirlo basterebbe avere voglia di leggersi le 19 paginette del suo statuto: già all’articolo 1 si legge che “la Banca d’Italia è istituito di diritto pubblico”; il suo governatore non è scelto dalle banche private che possiedono quote di capitale (come avviene in ogni società privata), ma dal Presidente della Repubblica su proposta del Governo; gli utili totali (che derivano proprio dal signoraggio e che la BCE, unica banca autorizzata all’emissione di moneta nell’Unione Europea, distribuisce a tutte le banche centrali nazionali) vanno per più del 50% allo stato e solo per il 6% alle banche private (nel 2015, queste hanno incassato un dividendo di 340 milioni, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha portato a casa oltre 2 miliardi).
Secondo: il “divorzio” tra lo stato italiano e la Banca d’Italia non è stato il frutto di un complotto internazionale, bensì del buonsenso. In tutti i paesi avanzati la Banca Centrale è indipendente dal potere politico, per evitare che le necessità elettorali di breve periodo dei governi influenzino negativamente gli obiettivi di medio-lungo periodo dei banchieri centrali (come, ad esempio, succede in Venezuela e i risultati sono davanti agli occhi di tutti). Prima del “divorzio” (avvenuto nel 1981), i governi italiani utilizzavano la Banca Centrale per finanziare la spesa corrente: essa, infatti, era obbligata a stampare moneta per comprare i titoli di stato rimasti invenduti. Il risultato di tale malcostume si riassume in una parola: inflazione, che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 aveva raggiunto in Italia valori monstre superiori al 20%. È bene ricordare che l’inflazione (di cui avevamo già parlato in questo video) rappresenta una tassa occulta: se il signor Mario guadagna 1.000 euro e vuole comprarsi un nuovissimo PC che costa 1.000 euro, può farlo; ma con un’inflazione al 20%, l’anno successivo lui continuerà a guadagnare 1.000 (poiché i salari si aggiustano all’inflazione molto più lentamente) mente il PC costerà 1.200, e ciò significa che non potrà più permetterselo e sarà più povero in termini reali.

Un governo che fa male all’economia.

Un governo che fa male all'economiaÈ vero, i numeri non sempre ci dicono tutto. Però è altrettanto vero che ciò che i numeri ci dicono non può essere ignorato, poiché sono dotati di una loro forza e di una loro inopinabilità che ci permette di usarli – e dopotutto questa è la mission de L’Asino di Buridano – per fissare dei punti fermi utili per orientarsi nello scenario politico.
E in questo contesto, i numeri parlano chiaramente: il governo giallo-verde è dannoso per l’economia italiana.
Partiamo innanzitutto dalla notizia che ha tenuto banco nelle ultime settimane, ossia le decisioni della maggioranza in merito al deficit di bilancio: secondo le previsioni dell’ultimo Documento di Economia e Finanza approvato, il disavanzo pubblico italiano (cioè la differenza tra le uscite e le entrate) avrebbe dovuto essere l’1,6% del PIL nel 2018, lo 0,8% nel 2019 per poi arrivare al pareggio di bilancio nel 2020; il Governo Conte ha però deciso, nonostante le resistenze del Ministro Tria e dei tecnici del Ministero dell’Economia, di portare il deficit al 2,4% del PIL. Ciò significa, in termini strutturali (che poi sono quelli che veramente più contano per il Patto di Stabilità), un peggioramento dello 0,7%, quando l’Italia si era formalmente impegnata per un miglioramento dello 0,7%: stiamo parlando, quindi, di uno scostamento dagli obiettivi di quasi un punto e mezzo. Abbiamo già avuto modo di spiegare brevemente cosa ciò significhi qui: più deficit e più debito non sono altro che una manovra per acquistare il consenso degli elettori scaricandone il costo sulle future generazioni; il che è ancora più grave se guardiamo ciò che tale deficit andrà a finanziare, ossia misure (come il superamento della Fornero, la pensione di cittadinanza, la pace fiscale, ecc) che riguardano prevalentemente i più anziani. È ormai palese la necessità di una sorta di “rivolta generazionale”, di una presa di posizione forte da parte di quella fascia di popolazione (gli under 35) che, nonostante abbiano una probabilità doppia rispetto agli over 65 di finire in condizioni di povertà assoluta, viene sistematicamente ignorata se non addirittura penalizzata dalle scelte di politica economica di questo governo.
Quest’ultima decisione sul deficit, sommata alle tante altre esternazioni e minacce da parte di esponenti di punta della maggioranza di governo (basti pensare al Piano B per l’uscita dall’euro del Ministro Savona o alla proposta per la cancellazione del debito italiano detenuto dalla BCE fatta dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi e contenuta nella prima bozza del Contratto di Governo), ha anche un impatto immediato e direttamente percepibile: l’aumento del tanto famigerato spread. Tale indicatore, che misura il differenziale di rendimento tra BTP a 10 anni e Bund tedeschi con la stessa scadenza e che si può considerare come una buona proxy di come i mercati percepiscono l’affidabilità del nostro Paese, è passato dai 122 punti base del 1 aprile ai 285 della chiusura della settimana passata. La tabella qua sotto, che confronta i tassi a 2 e a 10 anni pagati da Italia, Germania, Spagna e Portogallo ci dice che, mentre per tutti gli altri Paesi si è registrato un fisiologico incremento dovuto all’acutizzarsi del “rischio Europa”, l’Italia ha visto raddoppiare il rendimento del BTP decennale, mentre quello a scadenza due anni è passato dal territorio negativo (ossia gli investitori pagavano il nostro Paese per poterci prestare denaro) a quello positivo.
RENDIMENTIPreoccupa ancor di più notare che i rendimenti offerti dai titoli italiani sono più alti di quelli del Portogallo, nonostante quest’ultimo abbia un rating creditizio peggiore: probabilmente i mercati già scontano un futuro declassamento dell’Italia, che potrebbe concretizzarsi già questo mese. È il caso di ricordare che attualmente il nostro Paese è solo due gradini sopra il livello junk (spazzatura), che se raggiunto impedirebbe alla BCE di acquistare i BTP nell’ambito del Quantitative Easing e di accettarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento delle banche: un vero e proprio cataclisma per il nostro sistema finanziario.
Anche la borsa in questi mesi non ha avuto vita facile: mentre il DAX di Francoforte e l’IBEX di Madrid hanno perso da maggio ad oggi rispettivamente circa il 5% e l’8%, il FTSE MIB di Milano ha bruciato oltre il 16% della sua capitalizzazione, appesantito dai bancari calati anche di oltre il 25%.
Maggio e giugno sono stati poi i mesi della grande fuga di capitali dall’Italia: la Banca d’Italia ha registrato importanti flussi di uscita negli investimenti di portafoglio, diminutivi complessivamente di 75 miliardi di euro; tale risultato è frutto in particolare della vendita di circa 58 miliardi di titoli di stato italiani. A ciò si aggiunga che alla fine di settembre BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio globale tra gestori di fondi in cui 20% degli intervistati dichiarava l’intenzione di voler diminuire gli investimenti in Italia.
Si può inoltre dare una veloce carrellata di dati riguardanti luglio: l’Ocse ha abbassato le aspettative per la crescita del PIL italiano nel 2018, che passa da +1,4% a +1,2%; le richieste di disoccupazione sono cresciute del 9,4% rispetto al 2017; i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3%; le esportazioni sono calate del 2,6%; la produzione industriale si è ridotta del 1,8%. Ad agosto, poi, il clima di fiducia dei consumatori è sceso dal 116,2 del mese precedente a 115,2 e lo stesso si può dire del clima di fiducia delle imprese (passato da 105,3 a 103,8).
Insomma, i numeri, per quanto freddi e a volte noiosi, dipingono un quadro preoccupante e che non può essere ignorato: questo governo fa male all’economia e servirebbe come il pane un’opposizione che, su questo tema più che su molti altri, sapesse fare il suo mestiere.

Il fardello del debito.

Il fardello del debito.PNGL’espressione debito pubblico è ormai entrata nelle nostre vite quotidiane: la leggiamo sui giornali, la sentiamo in televisione e magari ne parliamo anche al bar. Ne siamo talmente assuefatti che tendiamo a dimenticarci due importanti elementi di qualunque fenomeno: le cause e gli effetti.
Scrive Sergio Romano in “Guerre, debiti e democrazia” (Laterza, 2017): «I debiti contratti in tempo di pace con banche o Paesi stranieri vengono spesso negoziati per pagare debiti precedenti e quando il debito dello Stato con i propri cittadini non basta a sostenere la spesa pubblica. In alcuni casi possono essere giustificati da eventi imprevisti, come per l’appunto l’aumento del prezzo degli idrocarburi dopo la guerra del Kippur o una crisi della finanza internazionale. Ma in molti casi sono il risultato di una democrazia che è diventata nelle ultime generazioni sempre più costosa e potenzialmente corrotta. Le elezioni sono una gara di promesse. Partiti e candidati chiedono voti in cambio di un “futuro migliore”; e l’agenda delle promesse si è andata progressivamente caricando, nella seconda metà del secolo scorso, di impegni sempre più onerosi: sanità, pensioni, sussidi di disoccupazione, reddito di cittadinanza, detrazioni fiscali per particolari categorie di cittadini. Le aspettative di un tempo sono diventate diritti, indipendentemente dalle disponibilità del bilancio. Fatte a tutta prima in un clima di relativa prosperità e di aspettative crescenti, le promesse sono diventate sempre più numerose e difficili da mantenere. Ma le regole della democrazia esigono che il potere venga sanzionato dal voto degli elettori e la classe politica ha imparato a trasferire le responsabilità delle proprie decisioni sulle spalle della generazione seguente. Sono queste in buona parte le ragioni per cui il debito pubblico di alcuni Paesi europei, fra cui l’Italia, è andato progressivamente crescendo». Insomma: il debito pubblico come strumento per acquistare il consenso, trasferendone il costo sui cittadini di domani.
Decisamente più controversa e dibattuta è la questione degli effetti. Assistiamo quotidianamente ad un dibattito che coinvolge politici, economisti, giornalisti e commentatori vari, i quali si dividono tra chi ritiene il debito pubblico il male assoluto e chi, invece, la panacea per molti dei problemi italici. Tale dibattito non è certo un fenomeno recente, e come sottolinea Leonida Tedoldi in “Il conto degli errori. Stato e debito pubblico in Italia” (Laterza, 2015) sulla questione ci si divideva già nel Settecento: mentre Alexander Hamilton credeva che il debito fosse una benedizione e un potente cemento per la nazione e che la tassazione per il pagamento degli interessi potesse essere un forte stimolo all’industria, David Hume riteneva fosse un elemento potenzialmente devastante per la nazione poiché consegnava il Paese ad un ceto di finanziari anteponendo l’interesse dei creditori a quello della popolazione.
Lungi da noi l’addentrarci in questioni filosofiche e di principio, vogliamo concentrare la nostra attenzione su qualcosa di innegabile: i numeri e i fatti. E intendiamo farlo traendo qualche lezione dal caso del Giappone. La scelta non è certo casuale: i sovranisti nostrani tendono spesso a presentarcelo come il Paese del bengodi, nonostante un rapporto Debito/Pil superiore al 250%, sostenendo per induzione che basta possedere sovranità monetaria per poter accumulare tutto il debito che si vuole senza alcuna conseguenza.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Il Giappone reale è molto diverso da quello della narrazione sovranista e per capirlo facciamo ora riferimento a tre dati importantissimi:

  • Il livello di tassazione: secondo Spectator Index, in Giappone il Personal Income Tax Rate è del 56%, il secondo più alto al mondo preceduto solo dalla Svezia. Per fare un paragone, in Italia, dove giustamente accusiamo lo Stato di imporci una pressione fiscale talmente elevata da assumere i contorni di un vero esproprio, è del 43%;
  • L’età pensionabile: quante volte abbiamo sentito qualche nostro concittadino lamentarsi della Fornero e dell’aumento dell’età pensionabile? I dati OCSE ci dicono che, mentre in Italia l’età di pensionamento effettivo è circa 63 anni, in Giappone è intorno ai 70;
  • La crescita del PIL: il tasso di crescita aritmetico medio annuo del Giappone dal 2009 al 2016 è stato dello 0,69%. Una miseria, nonostante nello stesso periodo il deficit sia stato in media del 7,33%. Ma c’è di più: il grafico qui sotto (per il quale si ringrazia e si consiglia di seguire su Twitter il @SignorErnesto) ci mostra la serie storica del debito e del PIL reale in Germania e in Giappone. Ebbene, è interessante notare una cosa: nel momento in cui il grafico del debito inizia a divaricarsi – aumentando molto di più in Giappone rispetto che in Germania – anche quello del PIL si divarica, ma in direzione opposta – i tedeschi iniziano a crescere molto più dei nipponici.

DEBITO E PIL IN GERMANIA E GIAPPONE - FRED

Cosa ci insegnano, dunque, queste piccole lezioni dal caso giapponese? Semplice: che il debito pubblico è un fardello. Il fatto che uno Stato abbia una sua moneta forte – e bisogna sottolineare la parola forte: non stiamo parlando della liretta da svalutare – forse consente una maggiore sostenibilità di debiti pubblici elevati, ma non cambia il fatto che il debito pubblico sia un peso che si scarica sui cittadini e sulla crescita.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.

Le autostrade in Italia e il libero mercato.PNGIl liberismo è il male assoluto; l’austerità uccide; il libero mercato persegue il profitto a discapito di sicurezza e dignità umana. Sono solo alcune delle frasi molto in voga in questo periodo in cui per ogni evento tragico, dagli incendi in Grecia al crollo del ponte Morandi di Genova, il colpevole mediaticamente più appetibile è sempre lo stesso: il liberismo brutto e cattivo.
Prima di tutto, alcuni dati per smentire luoghi comuni molto diffusi. Un articolo del 23 agosto su Leoni Blog ha messo in fila una serie di numeri che mostrano chiaramente l’inconsistenza dell’affermazione secondo cui sull’altare del profitto sarebbero stati sacrificati i diritti e la tutela dei consumatori: è infatti falso che le autostrade in Italia siano le più care d’Europa (il pedaggio medio per chilometro percorso è inferiore a quello di Francia, Spagna e Portogallo) ed è altrettanto errato sostenere che il concessionario Autostrade per l’Italia non investa in sicurezza (nel 2016 ha addirittura speso il 2,3% in più di quanto inizialmente previsto dal Piano economico e finanziario).
Ma veniamo alla domanda più importante: quanto liberismo c’è nella vicenda delle autostrade? Ebbene, la risposta parrà ad alcuni sorprendente, ma è inequivocabile: poco. La società Autostrade S.p.a. fu privatizzata nel 1999 con trattativa privata e ad aggiudicarsi la quota più rilevante del capitale fu una società riconducibile ai Benetton, famiglia da sempre ben inserita nelle stanze del potere politico e molto generosa nelle elargizioni a tutti i partiti; la concessione per la gestione non è mai stata messa a gara pubblica, scade nel 2042 e buona parte dei suoi termini sono secretati. Di liberismo, di concorrenza, di libero mercato in tutto questo contesto ce n’è ben poco. Piuttosto, pare il classico schema all’italiana: la privatizzazione senza liberalizzazione così da poter garantire la prosecuzione, sotto le mentite spoglie dell’intervento privato, dello pseudo-capitalismo monopolistico di Stato.
Certo, c’è di peggio. Il problema è che questo “peggio” è esattamente ciò che ha in mente il Governo giallo-verde: la nazionalizzazione, portando totalmente il controllo delle autostrade nelle mani del nostro elefantiaco, burocratico ed inefficiente Stato; lo stesso Stato che in questi anni non ha avuto nemmeno le capacità di vigilare, come avrebbe dovuto fare attraverso la Direzione generale per la vigilanza delle concessioni autostradali dipendente dal Ministero dei Trasporti. Dichiara Lorenzo Saltari, professore di Diritto pubblico all’Università di Palermo e coautore del libro “Il regime giuridico della autostrade”, a Il Foglio del 25 e 26 agosto: «Il segmento maggiore della rete autostradale una gestione diretta statale non l’ha mai avuta, sarebbe una novità. Inoltre abbiamo un benchmark tra il modello di gestione – manutenzione – costruzione concessorio e quello in gestione diretta che è la Salerno – Reggio Calabria, appunto gestita dall’Anas». Insomma, se il Governo Conte proseguisse sulla strada annunciata, il futuro sarebbe il modello della Salerno – Reggio Calabria esportato in tutta Italia: il classico livellamento degli standard verso il basso che si vorrebbe perseguire anche quando ci si scaglia contro il sistema sanitario misto lombardo o le scuole paritarie. Ma l’esempio della eternamente in costruzione autostrada del Sud Italia non è un caso isolato, ma il sintomo più evidente della malattia rappresentata dalla mala gestio pubblica, che di certo non ci ha risparmiato eventi tragici: basti pensare ai crolli del viadotto lungo la Palermo – Catania nel 2015, del cavalcavia di Annone Brianza (Lecco) nel 2016 e di quello di Fossano (Cuneo) nel 2017.
La risposta alle inefficienze è, come sempre, una sola: più concorrenza, più libero mercato!