Tutta la verità sul signoraggio.

aaUn servizio andato in onda venerdì sera nella trasmissione Povera Patria di Rai2 ha scatenato un vero e proprio polverone negli ambienti (molto social) dei commentatori economici italiani. Il filmato (che trovate qui) è emblematico della situazione italiana, in cui l’alfabetizzazione economico-finanziaria latita mentre vengono elevati a guru personaggi che dimostrano di aver studiato poco e male. Dopotutto, il nuovo corso era già stato annunciato dal neo direttore di Rai2 Freccero, il quale in conferenza stampa aveva dichiarato che non esiste una sola verità bensì un caleidoscopio di verità, aprendo di fatto all’epoca delle fake news finanziate coi soldi del canone.
Il tema del servizio era il cosiddetto signoraggio. E ora vorremmo spiegare in maniera chiara dove e come quel servizio è totalmente errato.
Innanzitutto, cos’è il signoraggio? Il signoraggio, come dice la parola stessa, è il diritto del “signore” (oggi lo stato) di sfruttare il monopolio nella creazione di moneta per incassare risorse reali. Il problema, ignorato dal servizio Rai, è che la nozione e la forma del signoraggio è cambiata molto nel corso dei secoli.

Il signoraggio nell’età antica.
Un tempo il sistema monetario era interamente basato sui metalli preziosi: alle monete emesse corrispondeva un equivalente deposito in oro e in qualunque momento una persona poteva presentarsi presso la Banca Centrale e chiedere di scambiare le proprie banconote con il corrispondente quantitativo di oro. Il sistema funzionava anche in senso contrario. Facciamo un esempio.
Il signor Paolo, cittadino dell’Antica Roma, si presenta alla Zecca dell’Impero con una borsa piena di oro da essere trasformato in monete a corso legale (ossia accettate da tutti per il valore stampato sopra, senza la necessità di perdere tempo nel saggiare la qualità dell’oro o nel pesarlo). Il signor Paolo riceve 100 denari: quel numero 100 è il cosiddetto valore estrinseco, ossia quello convenzionalmente accettato da tutti i cittadini per gli scambi. In realtà, però, il quantitativo di oro presente in quelle monete è inferiore e vale 90 e questo è il valore intrinseco: se il signor Paolo fondesse i suoi 100 denari per farne un lingotto d’oro, esso ne varrebbe 90. Come è possibile? 5 sono stati utilizzati per pagare i costi relativi al conio (ossia, per esempio, lo stipendio dell’uomo che fonde l’oro e ne fa monete) mentre 5 rappresentano appunto il signoraggio, una vera e propria tassa che il “signore” si fa pagare in cambio del servizio.
Il valore del signoraggio in età antica, quindi, veniva banalmente calcolato prendendo il valore estrinseco e sottraendo quello intrinseco e i costi del conio: nel nostro esempio, 100 – 90 – 5 = 5.

Cara vecchia Rai.
Il problema principale del servizio targato Rai2 sta nell’aver applicato tale formula al signoraggio moderno. Il ragionamento è semplice: se per stampare 100 euro il costo del conio è 1 (mentre il valore intrinseco è pressoché nullo, dato che le banconote sono fatte di carta e le monete di nichel), il signoraggio sarà evidentemente di 99. Peccato che sia del tutto errato.

Il signoraggio moderno.
Il sistema monetario oggi non si basa più sui metalli preziosi: se vi presentate presso la Banca d’Italia con 100 euro, non otterrete oro per lo stesso valore.
Un’altra cosa da ricordare è che la moneta è, per la Banca Centrale che la emette, una passività: ma se a fronte di tale passività un tempo c’era l’oro all’attivo, oggi cosa c’è? La risposta è “titoli”: quando la Banca Centrale stampa denaro, lo immette nel sistema andando sul mercato a comprare (attraverso le cosiddette operazioni di mercato aperto) titoli finanziari, tipicamente titoli di stato, per un importo di pari valore. Ma, mentre la moneta non genera interessi, i titoli acquistati sì: è tale tasso di interesse a rappresentare il signoraggio moderno. Se, per esempio, la Banca Centrale emette 100 euro acquistando titoli di stato che rendono il 3%, il signoraggio sarà 3 meno il costo del conio (che la Rai ipotizza di 1 €). Quindi non 99, ma 2.

Le altre fake news.
Il servizio di Povera Patria (mai titolo fu più azzeccato), però, non si limita a tale grave imprecisione anacronistica, ma dà spazio ad altre teorie molto in voga tra i complottisti (affianco a scie chimiche, terra piatta e vaccini pericolosi). Due in particolare meritano attenzione.
Primo: la Banca d’Italia non è privata. Nonostante il suo capitale sia posseduto da banche private, tale assetto proprietario è puramente formale. Per scoprirlo basterebbe avere voglia di leggersi le 19 paginette del suo statuto: già all’articolo 1 si legge che “la Banca d’Italia è istituito di diritto pubblico”; il suo governatore non è scelto dalle banche private che possiedono quote di capitale (come avviene in ogni società privata), ma dal Presidente della Repubblica su proposta del Governo; gli utili totali (che derivano proprio dal signoraggio e che la BCE, unica banca autorizzata all’emissione di moneta nell’Unione Europea, distribuisce a tutte le banche centrali nazionali) vanno per più del 50% allo stato e solo per il 6% alle banche private (nel 2015, queste hanno incassato un dividendo di 340 milioni, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha portato a casa oltre 2 miliardi).
Secondo: il “divorzio” tra lo stato italiano e la Banca d’Italia non è stato il frutto di un complotto internazionale, bensì del buonsenso. In tutti i paesi avanzati la Banca Centrale è indipendente dal potere politico, per evitare che le necessità elettorali di breve periodo dei governi influenzino negativamente gli obiettivi di medio-lungo periodo dei banchieri centrali (come, ad esempio, succede in Venezuela e i risultati sono davanti agli occhi di tutti). Prima del “divorzio” (avvenuto nel 1981), i governi italiani utilizzavano la Banca Centrale per finanziare la spesa corrente: essa, infatti, era obbligata a stampare moneta per comprare i titoli di stato rimasti invenduti. Il risultato di tale malcostume si riassume in una parola: inflazione, che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 aveva raggiunto in Italia valori monstre superiori al 20%. È bene ricordare che l’inflazione (di cui avevamo già parlato in questo video) rappresenta una tassa occulta: se il signor Mario guadagna 1.000 euro e vuole comprarsi un nuovissimo PC che costa 1.000 euro, può farlo; ma con un’inflazione al 20%, l’anno successivo lui continuerà a guadagnare 1.000 (poiché i salari si aggiustano all’inflazione molto più lentamente) mente il PC costerà 1.200, e ciò significa che non potrà più permetterselo e sarà più povero in termini reali.

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