Alla Casa Bianca il caos regna sovrano.

Alla Casa Bianca il caos regna sovranoDue settimane fa, Donald Trump, mantenendo fede al suo stile, ha invitato con un tweet John Bolton a dimettersi dalla posizione di Consigliere della Sicurezza Nazionale (CSN) dopo 520 giorni di lavoro. Come del resto è successo per diversi altri importanti ruoli dell’amministrazione durante la Presidenza Trump, in questo caso particolare la tendenza a cambiare frequentemente i vertici della gestione della sicurezza nazionale si distanzia considerevolmente dalle esperienze precedenti. In particolare, se si considera il periodo dalla Presidenza George H.W. Bush in avanti, si ha modo di comprendere come, prima di Trump, il CSN abbia di norma accompagnato il Presidente per tutta la durata del mandato o comunque per diversi anni.
La seguente lista testimonia appieno questa considerazione:
Presidenza George H.W. Bush: Brent Scowcroft – 1461 giorni
Presidenza Clinton: Anthony Lake – 1514 giorni; Sandy Berger – 1408 giorni
Presidenza George W. Bush: Condoleeza Rice – 1464; Stephen Hadley – 1455
Presidenza Barack Obama: James Jones – 626; Tom Dodilon – 997; Susan Rice – 1299
Presidenza Trump: Michael Flynn – 24; Keith Kellogg (ad interim) – 7; H.R McMaster – 412; John Bolton – 520; Robert O’Brien  – in carica
Il ruolo di CSN non è previsto dalla legislazione americana e non necessita di una conferma del Senato, come spesso accade, invece, per i ruoli di particolare rilievo. Esso è, sin dalla sua creazione, un’esclusiva prerogativa presidenziale.  Il fatto, però, che vi sia una tale differenza tra le esperienze degli ultimi Presidenti USA e quella di Trump non può che suggerire la presenza, in quest’ultima, di una caratteristica tipica che, nella nostra opinione così come per la maggior parte dei commentatori americani, coincide con la preoccupante impreparazione di questa amministrazione: secondo Daalder e Destler di Foreign Affairs, addirittura, “Few presidents had thought less about the management of national security policy the day they entered the White House than Donald J. Trump”.  In particolare, la giustificazione di una tale conclusione potrebbe risiedere in due circostanze rilevanti.
In primo luogo, l’anomala frequenza dei licenziamenti non riguarda solo il CSN ma anche altri ruoli fondamentali nell’apparato della sicurezza nazionale, suggerendo così un atteggiamento piuttosto diffuso e generalizzato. Si ricordi in questo senso che durante l’esperienza di Trump, sino ad oggi, sono cambiati i vertici del Segretario di Stato, del General Attorney, del Segretario della Difesa, del Direttore dell’FBI, del Direttore dell’Intelligence Nazionale, del Segretario della Homeland Security, del Capo Gabinetto della Casa Bianca (per ben due volte) e, per cinque volte, il vice CSN. Inoltre, è stato sostituito anche l’Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, oltre a moltissimi altri esperti di sicurezza nazionale di rango inferiore.
In secondo luogo, poi, anche la profonda differenza caratteriale dei tre CSN (escludendo l’esperienza interinale di Kellogg in quanto irrilevante) che si sono susseguiti dimostra una totale assenza di coerenza nelle decisioni presidenziali. Originariamente la scelta di Trump ricadde su Flynn, un generale in pensione con una visione esasperata sulla minaccia terrorista di matrice islamica e, allo stesso tempo, un’idea piuttosto ambigua sulla Russia. Una scelta strana, anche in virtù delle scarse capacità manageriali di Flynn, che finì molto presto il suo lavoro a causa del coinvolgimento nello scandalo russo. Flynn nutriva un rapporto personale piuttosto stretto con Trump e a testimonianza di ciò vi era la sua fitta relazione con figure estremamente vicine al Presidente come Bannon e Kushner, tanto che, al momento del forzato licenziamento, Trump si trovò estremamente impreparato nel scegliere il successore.
Venne scelto McMaster, altro generale, veterano delle guerre irachene e afghane, oltreché dotato di un certo spessore intellettuale nel campo della difesa e apprezzato dalla burocrazia di Washington. McMaster aveva un approccio meticoloso e fortemente anti-ideologico alle questioni legate alla difesa e il suo lavoro era caratterizzato dalla forte inclusione dei vertici della sicurezza nazionale e dall’alto livello di professionalità. Non certo, a giudicare dai casi concreti, lo stile adeguato all’azione di Donald Trump. La sua incapacità di avvicinarsi al Presidente e di stringere legami personali lo hanno progressivamente allontanato dal potere decisionale.
John Bolton, a differenza di McMaster, sia per propensione personale (non essendo particolarmente lontano dall’American Firts), sia per la sua grande esperienza, intuì il tipo di rapporto ideale per entrare nelle grazie del Presidente. Personaggio molto controverso e particolarmente osteggiato dall’establishment, soprattutto in virtù dei suoi atteggiamenti spesso guerrafondai maturati durante la sua longeva esperienza professionale (anche da Ambasciatore all’ONU; fu un grande sostenitore della guerra in Iraq). È stata, però, proprio l’ortodossia di Bolton, da potente ideologo qual è, a mettere in pericolo la sua posizione. Su tutte le questioni, probabilmente, la totale avversione di Bolton nei confronti di un qualsiasi dialogo con la Corea del Nord, così come la forte riluttanza verso il ritiro delle truppe in Afghanistan e l’insistenza nel porre in essere una rappresaglia a seguito dell’abbattimento di un drone americano da parte dell’Iran hanno giocato un ruolo decisivo.
Il fatto che il licenziamento di Bolton sia avvenuto solo due settimane prima dall’Assemblea Generale dell’Onu certo non rafforza l’idea di una solida strategia presidenziale, e ciò non è reso possibile nemmeno dalle parole di rassicurazione spese da Mnuchin e Pompeo. Anche considerando l’ormai palese divisione su alcuni temi chiave tra gli stessi paesi occidentali (si pensi al cambiamento climatico), è difficile intuire in che direzione di muoveranno gli Stati Uniti.
L’unica cosa evidente è che non c’è null’altro di evidente. La totale rottura con le esperienze storiche statunitensi rendono questa amministrazione estremamente imprevedibile del punto di vista delle decisioni strategiche in merito alla sicurezza nazionale. La sensazione, seppur un po’ forte, è che questi continui cambi nei ruoli chiave cerchino di trasmettere l’idea che qualcosa si stia facendo, quando poi sembra molto verosimile che nulla si stia veramente muovendo.

Verso le Midterm Elections.

Verso le Midterm ElectionsLe elezioni di medio termine negli USA rappresentano un momento di straordinaria importanza da un punto di vista politico. Esse comportano un aggiornamento completo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato.
Tra due mesi i Democratici dovranno strappare 23 deputati e 3 senatori ai repubblicani per sovvertire le maggioranze, senza ovviamente perderne. In realtà, da un punto di vista quantitativo, i liberal partono sfavoriti nella camera alta, in quanto dei 33 (su 100) seggi al ballottaggio ne dovranno difendere ben 24 per poi conquistarne almeno 3 dei 9 seggi rossi disponibili. Non solo, secondo un’analisi del New York Times, di questi nove seggi solo uno è veramente a rischio in quanto all’interno di uno stato tradizionalmente democratico, mentre dei 24 seggi democratici ben 4 dovranno essere difesi in terreni storicamente ostili.
Paradossalmente il ribaltone appare più credibile alla Camera, nonostante i seggi da recuperare siano molti di più: seguendo gli studi di The Cook Political Report, mentre 183 sono solid Democratic seats e 148 solid Republican seats, ben 67 seggi sono in bilico: di questi, 10 sarebbero likely Democratic e 27 invece likely Republican, i restanti trenta sono definiti toss-up, ovvero si ritiene che i due partiti abbiamo la stessa probabilità di conquistarli.
Fatta questa necessaria premessa, è doveroso capire come arrivano i due partiti alle Midterms.
Il Gop (Grand Old Party, ossia il Partito Repubblicano) ha il suo maggiore punto di forza nella solida ripresa economica statunitense, rivendicata spesso da Trump, a ragione o a torto, facendo riferimento alle misure comportanti il drastico taglio delle tasse; tutto ciò sommato ovviamente ai temi che già furono efficaci durante la campagna elettorale del 2016, su tutti l’immigrazione ma non solo. Di contro, però, è la figura stessa del presidente a destare le maggiori preoccupazioni: già divisiva alle elezioni del 2016, essa è stata ulteriormente resa controversa e, soprattutto, imprevedibile dagli innumerevoli eventi mediatici di questi due anni, dalle indagini del procuratore speciale Mueller alla notizia più recente dell’anonimo Op-Ed del NYT che ammette l’esistenza di una “resistence” all’interno dell’amministrazione stessa. Anche il fatto che il senatore texano Ted Cruz risulti in gravissima difficoltà nel mantenimento del seggio ha portato Mick Mulvaney e Ronna McDaniel, figure di spessore nel Partito Repubblicano, ad esprimere preoccupazioni per le elezioni che si terranno fra due mesi.
Il Partito Democratico, invece, risulta di difficile valutazione in quanto si trova in una fase che può essere definita di transizione. Nella confusione e frammentazione generale si possono però evidenziare alcuni trend. Anzitutto, a giudicare dai soggetti che hanno prevalso nelle primarie, gli elettori stanno puntando su candidati giovani, eterogenei e decisamente liberal. E’ in corso una sorta di polarizzazione nel confronto con il Gop: candidato emblematico di questa fase è la 29enne Ocasio-Cortez, in corsa per un seggio alla Camera nello Stato di New York. Lei, così come altre nuove figure all’interno del Partito, avanzano proposte molto forti: come l’abolizione del U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’assicurazione sanitaria pubblica a costo fisso e l’impeachment a Trump.
L’energia e l’entusiasmo non bastano però ad oscurare le forti debolezze interne e le evidenti contraddizioni. Anzitutto esiste un gap economico importante tra il Democratic National Commette e il Republican National Commette (116 milioni contro 247) che potrebbe ulteriormente acuirsi determinando pesanti ripercussioni sulle campagne elettorale. Inoltre, secondo i Repubblicani, i liberal non avrebbero un vero e proprio cavallo di battaglia ma sarebbero anarchicamente uniti unicamente dall’odio verso Trump. In realtà, anche secondo le parole di Krugman, il Care Act, e quindi il tema della Sanità, pare essere il leitmotiv di diversi candidati che sembravano spacciati, come O’Rurke in Texas, e invece stanno recuperando terreno, anche se pare difficile francamente dedurre che tale atteggiamento rappresenti una strategia definita e consolidata.
Le contraddizioni più pesanti riguardano però le differenze tra i candidati stessi: personaggi come Nancy Pelosi, ipoteticamente la prossima speaker nel caso di vittoria alla Camera, o Joe Biden, ancora molto influenti nel Partito Democratico, sono decisamente più tradizionali della nuova guardia e potrebbero creare delle divisioni interne difficili da superare.
Pretendere previsioni esatte sull’esito delle tornate elettorali è un’attività fortemente a rischio di errore, soprattutto considerando un contesto così imprevedibile ed esposto ad uragani politici e non. Certo è che, però, si può notare che il Partito Repubblicano, nonostante le grandi esposizioni mediatiche di un presidente molto controverso e divisivo, sembra ancora abbastanza solido e comunque avvantaggiato al Senato. Per quanto riguarda i Democratici, particolare attenzione va riposta nell’attività di un’opposizione spaesata dalla vittoria sovranista e che sta cercando di trovare una linea comune facendo spesso prevalere il “socialismo democratico” di Sanders, a volte simile a un polo antisistema opposto a quello di Trump.