Spesso si fa riferimento alla Cina e all’India come a ipotetici ereditari dell’egemonia mondiale, sottolineando gli elevati ritmi di crescita economica che hanno accompagnato i due sub-continenti negli ultimi decenni e le caratteristiche demografiche comuni, tendendo a paragonarne le evoluzioni moderne e, a volte, a pensare che siano parallele. A dire il vero, Cina e India – due realtà profondamente diverse per tradizioni, storia e cultura – rimangono ancora a rappresentanza di due poli opposti nel contesto asiatico e i rispettivi sentimenti di diffidenza – già presenti in modo preponderante nell’era moderna sin dagli anni che seguirono l’indipendenza indiana e la rivoluzione comunista cinese, culminati con la guerra lampo del 1962 per la questione, mai risolta, dell’Aksai Chin – non appaiono come superati e, anzi, un’ipotetica mutua collaborazione tra i due Giganti Asiatici appare ancora oggi impensabile, a parte in rari e circoscritti casi.
Il fatto abbastanza palese è che, almeno negli ultimi dieci anni, la posizione della Cina primeggi in modo deciso rispetto a quella dell’India, tant’è che proprio la patria di Gandhi, ad oggi, vive maggiormente nel timore di un ipotetico accerchiamento cinese ed è particolarmente preoccupata dal ruolo che i cinesi stanno consolidando nelle relazioni internazionali. Si pensi, a riguardo, alla forte diffidenza dell’India nei confronti del progetto “One Belt, One Road” cinese, caricato dell’intenzione di portare investimenti anche nel Paese indiano, restio, a sua volta, a concedersi – nonostante la forte necessità di infrastrutture – proprio a causa del timore della penetrazione dell’influenza cinese all’interno del proprio territorio, nel contesto del cosiddetto “accerchiamento cinese”. Influenza cinese che, sicuramente, è ampiamente in fase di avanzamento in Pakistan – vicino e storico rivale dell’India sin dalla contemporanea nascita di entrambi gli stati – in Bangladesh (Pakistan Orientale fino al 1971, causa della terza guerra indo-pakistana), in Birmania e in Sri Lanka, stati questi che, invece, sono tradizionalmente sotto l’influenza indiana, la quale rischia oggi di essere spodestata.
Il fatto che la Cina sia, ad oggi, in una posizione diversa rispetto all’India – la Cina è, di fatto, la più grande economia del Mondo in base al potere d’acquisto secondo il FMI sin dal 2014, il più grande produttore del Mondo, il più copioso esportatore e, infine, il paese con le più consistenti riserve valutarie al Globo – e che tale differenza doti la Repubblica Popolare di maggiore potere dipende certamente da una moltitudine di fattori che necessiterebbero di molto tempo e attenzione per essere analizzati appieno ma, quello che verrà descritto in questo caso, potrebbe essere considerato come una discriminante importante da un punto di vista generale e nell’analisi degli eventi.
La differenza presa in considerazione riguarda i sistemi politici dei due paesi e, in particolare, i principi costituzionali effettivi che hanno definito il contesto all’interno del quale le classi dirigenti dei due paesi hanno operato dal dopoguerra in avanti. In realtà, in questo caso, per ciò che riguarda la Cina, bisogna scindere totalmente tra il periodo maoista e il periodo post-maoista e, nello specifico, quello di Deng Xiaoping e successivo alla Costituzione del 1982 (ovvero la IV, dopo quelle del 1954, del 1975 e del 1978). Per ciò che riguarda l’India, certamente è necessario frazionare i diversi periodi politici, ma ciò che risulta evidente è la continuità del suo contesto costituzionale: la costituzione dell’India, risalente al 1950, è un grande esempio di testo democratico, tant’è vero che l’espressione che identifica l’India come la più grande democrazia del Mondo non è affatto una visione distopica della realtà.
I 450 articoli – suddivisi in 22 parti che compongono la fonte primaria indiana e la rendono il più lungo testo costituzionale scritto di un paese indipendente – sono a testimonianza della volontà di inquadrare in modo completo e non affatto esagerato il sub-continente dalle innumerevoli differenze interne. Si pensi, a tale riguardo, che l’India riconosce sì l’inglese e l’hindi come le due lingue ufficiali del governo, ma prevede anche altri 22 idiomi riconosciuti nelle realtà amministrative dei diversi stati. Inoltre l’India è, de jure e de facto, un sistema federale composto da 29 stati e 6 territori (più la capitale Delhi), composti (gli stati) da un parlamento e un governatore (nominato dal presidente dell’Unione) che operano in un contesto di specifica divisione delle materie di competenza, anche queste previste dalla Costituzione. Inutile dire che la previsione dei principi fondamentali come il Principio di uguaglianza, della netta divisione dei poteri e, addirittura, la specificazione di diverse norme programmatiche sottolineano definitivamente la natura democratica dell’India.
Per ciò che riguarda la Cina, invece, non è presuntuoso affermare che la Costituzione del 1982 non è altro che un fantoccio, pieno di riferimenti ai principi costituzionali di derivazione occidentale ma non assolutamente in grado di smontare la natura dirigista e a partito unico della Repubblica Popolare. Si può, ad esempio, confrontare i due casi considerando il meccanismo di revisione: in India la possibilità di emendare la Carta è differenziata e, talvolta – soprattutto per ciò che riguarda i principi fondamentali – rigida; la Costituzione Cinese ha, invece, le caratteristica della flessibilità distribuita più o meno indiscriminatamente. Ciò deriva anche dalla diversa forma di governo cinese, dichiaratamente socialista – socialismo comprendente le visioni degli uomini politici cinesi, da Mao a Deng Xiaoping e probabilmente, a breve, a seguito del XIX Congresso del PCC, verrà inserito anche il pensiero di Xi -, basata sui principi della doppia dipendenza e del centralismo democratico e profondamente legata alla struttura del Partito Comunista, spesso preliminare a quella statale – si pensi al Comitato Centrale, alla Commissione Militare Centrale, al Leader e Segretario del Partito ormai coincidente con il Presidente delle Repubblica. Oltre a ciò non esiste una divisione dei poteri, la quale è solo formale: in realtà, a partire dalle Assemblee Nazionali fino alla carica di Presidente della Repubblica Popolare, è sempre il ruolo del Partito Comunista a primeggiare incontrastato – situazioni intuibile se si considera che il PCC è l’unico partito effettivo, tanto che gli altri partiti, per la verità pochi, vengono spesso indicati con l’espressione “vaso di fiori”, per indicarne la loro natura esclusivamente estetica.
Fatte queste necessarie premesse, è ora interessante considerare che proprio tali contesti, uno democratico e l’altro autoritario, hanno profondamente influenzato la gestione dello sviluppo massiccio dei due paesi. L’India è, ad oggi, soggetta ad una discreta alternanza al governo con una crescente importanza dei partiti locali: lo stato indiano è munito di un sistema elettorale e di governo simile a quello della Gran Bretagna (Westminster), con la grande differenza che – oltre al fatto di essere una Repubblica e non una Monarchia -, vi sono sì due grandi partiti che si alternano (BJP e Congress), ma essi necessitano di essere coalizzati con i partiti locali che, quindi, portano un’influenza federale e molto differenziata nel parlamento. Ciò comunque non è sempre stato caratteristico dell’India, che fino agli anni 1970 è stata dominata dal partito Congress di Nehru e Indira Gandhi. È, però, proprio attraverso la figura della Gandhi che si possono apprezzare le garanzie costituzionali indiane: la vita politica della figlia di Nehru venne interrotta per la prima volta – a seguito della sua decisione di dichiarare lo stato di emergenza – proprio dalle libere elezioni. Tutto ciò sarebbe stato impossibile in Cina. Se è vero che la democrazia indiana, la quale comunque non è libera dal fardello della corruzione ma è comunque una democrazia, ha reso possibile l’espansione del pensiero liberale già caro a Nehru e l’alternanza al governo oltre che la crescente decentralizzazione, essa ha paradossalmente impedito alcune tendenze utili, tipiche della Cina: la continuità estrema dell’unica classe politica dominante, la conseguente possibilità di sfruttare appieno la straordinaria lungimiranza dei leader, la possibilità di sacrificare massicciamente diverse aree geografiche e le connesse popolazioni per concentrare il massimo delle risorse nelle zone più significative in termini di potenziale e la metodologia libera da particolari impedimenti nella gestione delle minoranze, soprattutto per ciò che riguarda quelle più destabilizzanti per l’unità cinese.
È difficile immaginare che eventi come quelli della Rivoluzione Culturale, di Piazza Tienanmen, oltre alle azioni attuate nei confronti della popolazione turcofona degli uiguri nello Xinjiang, o della classe politica e spirituale tibetana (emigrata proprio in India, da Lhasa a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh), abbiano potuto portare alle stesse conseguenze in India. Se è pur vero che la politica di apertura – riprendendo il concetto di Politica della Porta Aperta in una concezione diversa da quella attribuitagli a seguito delle Guerre dell’Oppio – assunta da Deng – il quale ha trasformato la Cina in un sistema socialista a capitalismo controllato dallo Stato e ha fatto tutto ciò esclusivamente da posizione di potere, senza alcuna rivoluzione interna, liberalizzando e privatizzando parte del mercato ma mantenendo costantemente il totale controllo – è stata il volano decisivo per lo sviluppo straordinario della Cina, assolutamente indispensabile per suo radicale cambiamento culturale e nella concezione del proprio ruolo mondiale; è altrettanto vero che tutto ciò non è stato esente da un importante prezzo da pagare – anche se è chiaro che le differenze costituzionali tra Cina e India sono largamente legate alle loro tradizioni e alla loro storia e, per questo, appare difficile e, soprattutto, inutile fare valutazioni da uno punto di vista morale. Si pensi all’istituzione di entità specifiche disciplinate dalla stessa Costituzione, ovvero le zone economiche speciali (aree che hanno portato gli IDE in Cina) o la costruzione di grandi reti infrastrutturali con lo sviluppo di città cosmopolite e sullo stile delle metropoli occidentali, come Shanghai: sarebbero state possibili senza sacrificare le popolazioni rimaste isolate dell’entroterra, come la Mongolia Cinese? Inoltre, proprio a Deng si deve il rapido mutamento delle competenze professionali del mondo del lavoro cinese e del progresso tecnologico in generale, il quale sarebbe stato difficile, almeno con questa rapidità, senza una continuità indiscriminata nella leadership e il rimpiazzo di grandi altri settori produttivi più tradizionali. Altro esempio è la politica estera della Cina, oggi più che mai ambiziosa, anche se – caratteristica tipicamente cinese – di basso profilo: essa è frutto sì della direzione del partito, ma anche della volontà di un Leader, quello attuale, che tende ad accentrare i poteri in modo ancora maggiore rispetto al passato di Deng, Zemin e Hu Jintao e ritorna, sotto questo punto di vista, all’esperienza maoista.
Ovviamente questo testo ha l’unica ambizione di porre in rilievo una possibile discriminante, peraltro in linea molto generale, tra l’evoluzione dei due paesi più “promettenti” del XXI secolo: esso è lungi dall’essere un’analisi approfondita e tantomeno ambisce a definire una soluzione univoca. Le differenze tra i due paesi sono innumerevoli, a partire dalla burocrazia dello stato fino alle religioni presenti e ai sistemi di divisione interni (si pensi al sistema delle caste ecc).
Peraltro è necessario sottolineare come il futuro sia del tutto incerto. È certamente vero che la distanza tra Cina e India rimane considerevole: l’economia cinese è il quintuplo, in termini reali, di quella indiana e alcuni indicatori importanti sono largamente a favore della Cina, come il tasso di analfabetismo (5% contro 30%), oltre alle infrastrutture in generale, i servizi igienici ecc. Nonostante questo, però, è utile evidenziare che, oltre al fatto che il trend demografico è favorevole all’India, può sorgere un quesito interessante: quanto potrà ancora durare il regime cinese? Per quanto sia impossibile rispondere a questa domanda, molti analisti sottolineano come a certi livelli di crescita economica sia inevitabile una transizione democratica. Ciò, comunque, non è affatto scontato ma certo è che, sin dal 1989, la classe dirigente cinese non vive periodi di grande tranquillità essendo conscia del sentimenti latenti all’interno di una popolazione in continua, seppur leggermente declinante, crescita economica.