La soluzione europea può arrivare dalla BEI.

La soluzione europea può arrivare dalla BEIÈ vero: questa crisi colpirà tutta l’Unione Europea. Per onestà intellettuale dobbiamo anche ammettere che gli Stati membri hanno approcciato questa situazione in condizioni economiche sensibilmente differenti, che di conseguenza permettono una differente risposta. Se da un lato questo non giustifica una mancanza di solidarietà tra Paesi le cui economie sono strettamente interconnesse, dall’altro è necessario affrontare il dibattito con responsabilità e disponibilità al compromesso. Compromesso che ovviamente non deve discostarsi troppo da quella che è la realtà sottesa a questo shock, così da comprendere effettivamente quelle che sono le priorità per arginare e ricostruire.
Come si è detto in un nostro articolo precedente, ci troviamo di fronte a uno shock di offerta che ha indotto a una generalizzata chiusura delle fabbriche, con un conseguente tendenziale azzeramento della produzione (anche in questo caso è necessario ammettere che una tale esigenza non si è presentata in egual modo in tutti i Paesi dell’Unione). È evidente dunque come i principali destinatari delle misure economiche devono essere le imprese (il Governo sembra averlo capito, seppur con ingiustificato ritardo). In particolare, per un Paese come l’Italia, fortemente trainato dalle piccole e medie imprese, ovvero dalle esportazioni, questa situazione rischia, in assenza di un intervento mirato e tempestivo, di creare danni esponenziali. Ci ripetiamo: è importante sottolineare che la crisi colpirà tutta l’Unione, ma la serrata delle fabbriche non è stata imposta in tutti gli Stati membri. Questo è un aspetto di estrema rilevanza. La concorrenza colpisce tanto quanto il virus, e una chiusura prolungata delle fabbriche, combinata all’assenza di liquidità per affrontare la cosiddetta “fase uno”, rischia di condannare alcune delle nostre imprese a perdere importanti fette di mercato, a scapito magari di produttori di altri Paesi in cui non si è resa necessaria la chiusura. Questa è una triste realtà, ma pur sempre la realtà.
La realtà in quanto tale va sempre affrontata. Noi stessi siamo costretti ad accettare che ci troveremo di fronte a un assodato aumento del debito pubblico, ovvero a un maggiore intervento statale nell’economia pubblica. Fidatevi, non è una situazione che ci fa fare i salti di gioia. Per questo è necessario che tale intervento sia mirato e competente, in modo da permettere alle nostre imprese di tornare competitive sul mercato il più in fretta possibile. Questa è una preoccupazione che non riguarda solo noi che scriviamo, ma che è altresì sottesa alle preoccupazioni dei Paesi del Nord per quel che concerne l’emissione dei cosiddetti coronabond. La lista dei motivi è lunga e ben nota, e ci siamo onestamente stancati di ricordare come i governanti abbiano sprecato le limitate risorse pubbliche di cui in condizioni normalità si disponeva per le manovre economiche.
È necessario dunque trovare una soluzione comune, in grado altresì di garantire agli altri Paesi che tali fondi non saranno gestiti in malo modo, e magari di convincerli che la ricostruzione che deriverà da tale soluzione andrà a beneficio dell’integrazione europea. È evidente a tal proposito che l’approccio del Ministro Gualtieri non risulta conciliante, nella misura in cui si ritiene che la risposta europea “sarà adeguata solo se comprenderà l’emissione comune di bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus”. L’Unione ha sino ad ora fatto molto per l’Italia (vedasi i 220 miliardi di titoli di Stato acquisiti dalla BCE, che ci permettono di fatto di innalzare il nostro debito respingendo, potenzialmente, una risposta negativa dei mercati), e ovviamente può fare ancora molto. È arrivato però il momento della reciproca comprensione.
Una proposta interessante ce la suggeriscono Cottarelli, Galli e Letta, ai quali si aggiunge la voce del Professor Quadro Curzio. La protagonista della risposta alla crisi dovrebbe essere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che guarda caso è considerata la banca per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. I primi tre propongono la creazione di una piccola istituzione ad hoc all’interno della BEI, la quale, coordinandosi con le altre istituzioni europee, dovrà emettere uno strumento di raccolta finanziaria denominato “Special Issue European Security” per raccogliere 300-400 miliardi di euro a lunghissima scadenza (30-50 anni). La BEI è infatti considerata una delle istituzioni più affidabili al mondo, e ha un potenziale economico maggiore di quello della World Bank. Questo consentirebbe altresì alla BCE di acquisire parte di tali obbligazioni, e, aggiungono Cottarelli, Galli e Letta, il MES potrebbe decidere di indirizzare parte delle sue risorse in questa direzione.
La BEI è dunque un’istituzione da non sottovalutare, perché permetterebbe agli Stati di approcciare la crisi non limitandosi dunque a un raggio temporale di breve periodo. Come giustamente sottolinea il Presidente di Confindustria Boccia su La Stampa, le imprese italiane dovranno affrontare due fasi. Nella prima fase, dovrà essere garantita loro la liquidità necessaria per poter riaprire. Nella seconda fase dovranno essere in grado di trasformare il debito accumulato in un debito di lungo periodo. La BEI dunque, alla luce della sua estrema affidabilità e della capacità di garantire prestiti a lunga scadenza, può essere la soluzione giusta per la ripartenza. Sarebbe dunque opportuno cavalcare gli spiragli di apertura provenienti da questa istituzione (essa ha recentemente deciso di attivare un fondo da 25 miliardi che ne mobiliterà 200) e di sfruttare la maggiore flessibilità prevista dal funzionamento della stessa, considerando che, a differenza del MES, non si prendono mai decisioni all’unanimità (se non in merito alla decisione di sospendere i prestiti).
Un ulteriore punto di interesse riguarda il fatto che la BEI potrebbe, per quanto riguarda l’Italia, agire per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti, bypassando de facto il timore per gli altri Stati che i fondi da essa derivanti possano, transitando nelle mani del Governo, essere mal spesi. Come dice il Professor Paganetto su La Stampa, l’esempio della Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) tedesca testimonia la desiderabilità dell’intervento di istituti che operano sul mercato, e che dall’alto delle loro specifiche competenze possono valutare le effettive esigenze per il Paese. Aggiungiamo noi, perché la Germania, che fa grande ricorso alle attività della KfW, dovrebbe dunque opporsi a un ruolo da protagonista della BEI?
La realtà ci impone però di affrontare la crisi che ci troveremo davanti, come si dice in guerra, senza lasciare nessuno indietro. Sono dunque legittime le preoccupazioni per il disordine sociale e la disoccupazione. Per quanto riguarda la seconda, essa è purtroppo un problema che precede questa emergenza. Un intervento mirato, e coordinato con l’Unione, ci permetterà potenzialmente di contenere l’aumento del numero di disoccupati derivante da una definitiva chiusura di migliaia di attività, e di affrontare le problematiche esistenti. Seguendo gli insegnamenti di Jacques Delors servirà un approccio pragmatico e rispettoso del principio di sussidiarietà, e la BEI è lo strumento ideale per una tale linea di intervento. Cottarelli propone di utilizzare gli “Special Issue European Security” per gli interventi a sostegno delle partite Iva e per quelli relativi al sistema sanitario. La BEI potrebbe, come si è detto, occuparsi della sopravvivenza e del rilancio delle piccole e medie imprese. Parallelamente l’intervento promesso dalla Commissione per mezzo del programma SURE, ci permetterebbe di affrontare con più serenità le inevitabili perdite di posti di lavoro. Lo Stato italiano sarà dunque chiamato a complementare quando sopra indicato, ovvero a sostenere le imprese di maggiori dimensioni e a prolungare la sospensione del pagamento delle tasse per le piccole e medie imprese. Come si è detto nel nostro articolo precedente, è necessario un approccio responsabile della nostra classe politica per convincere gli altri Paesi ad intraprendere questa strada, per mezzo di interventi strutturali, in grado altresì di consentire una crescita economica sostenibile.
Un approccio responsabile che potrebbe estendere lo spettro di cooperazione tra gli Stati membri, così da affrontare ulteriori problematiche che potrebbero originare da questa crisi, quali per esempio la precedentemente citata perdita di competitività di alcune imprese europee, alla luce anche del fatto che la Cina, che ha avuto la fortuna di “uscire” dall’emergenza in anticipo, è ipotizzabile non perderà l’occasione di acquisire importanti fette di mercato. Una cooperazione che potrebbe portarci anche a comprendere la necessità di stimolare la domanda a livello europeo, per mezzo di investimenti infrastrutturali transnazionali, magari lasciandoci definitivamente alle spalle quel retaggio culturale nazionalista tipico dell’Ottocento.